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È mio dovere essere cittadino

Tempo di lettura: 4 minuti

La cittadinanza è un dovere

La politica è tutto e tutto è politica. Un chiasmo ciclico il cui andamento non può essere interrotto. Malauguratamente però, a molti di noi la politica interessa ben poco: rientra in quella classe di argomenti soporiferi, apparentemente distanti dalla nostra sfera sociale quotidiana.

La politica non è una questione astratta: è lo strumento che ci consente di essere cittadini affermati e – secondo il pensiero di Aristotele – esseri umani compiuti.

L’articolo 4 della nostra Costituzione recita:

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Qui è sottolineata l’importanza del ruolo individuale che concorre al progresso della comunità nel suo insieme. È un diritto. È un’aspirazione. È un dovere.

È un dovere perché gli attuali diritti di cui beneficiamo sono il risultato di una lotta ancestrale.

Ai tempi in cui i diritti non erano previsti

Giovanni Re fasullo d’Inghilteeerraaa” come non unirsi al coro di sdegno del popolo di Nottingham e della banda di Robin Hood, nel classico firmato Disney… Quello stesso Re poco simpatico a cui i baroni hanno strappato nel 1215 il documento oggi considerato come la prima costituzione europea: la Magna Carta. Dopo anni di opprimente tassazione, sotto la minaccia di una guerra civile, King John è stato costretto a negoziare la sua tirannia e siglare qualche concessione al popolo inglese.

Lo scontro non fu comunque evitato e la Carta si considerò inizialmente un insuccesso. A distanza di tempo però, la sua unicità in termini di lunghezza e dettaglio permisero di consacrarla a fondamento dei diritti umani universali. 

Nei secoli successivi si svilupparono nuovi trattati che tentavano di ridimensionare la figura divina di Re e Monarchi, concedendo sempre più spazio al popolo in Parlamento. Ne sono esempi: Il Patto del Popolo del 1650 (badate bene quanti anni sono passati) successivo alla guerra civile inglese; la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776 (ancora un secolo); la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 frutto della Rivoluzione francese fino alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR) del 1948.

Oltre sette secoli in tutto. E possiamo dire di avercela fatta?

Sudditanza contemporanea

Ci è voluto parecchio affinché la schiavitù scomparisse dalla faccia della terra: negli Stati Uniti (The American Dream) è durata fino alla seconda metà del XIX secolo, prima della Guerra di Secessione. Attenzione però: è più corretto affermare che sia la schiavitù giuridica ad essere stata abolita.

L’articolo 4 della UDHR recita:

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù.

Possibile però che esistano forme moderne di sudditanza, non più delineabili con la chiarezza di un tempo?

L’articolo 600 del Codice Penale prevede una sezione dedicata ai delitti contro la personalità individuale, nello specifico:

“…chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all’accattonaggio… è punito con la reclusione da otto a venti anni…”

E se fossero i vincoli operativi stessi imposti dall’apparato sociale a renderci più simili a sudditi che non a cittadini?

I diritti fanno parte di un contratto

È rincuorante accarezzare il palato con la parola diritti. Eppure nei nostri discorsi non trova uno spazio definito il polo diametralmente opposto, senza il quale tali diritti vacillano: i doveri. Un aspetto sfuggente ma imprescindibile. Articolo 29 della UDHR:

Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non ci porta automaticamente a riflettere su questo lato della questione. Il concetto di cittadinanza si è sviluppato in quanto bilanciamento tra diritti e doveri fin dall’epoca degli antichi greci e romani.

Essere cittadino e beneficiare dei diritti che ne derivano implica una risposta attiva, un carico di obblighi e doveri di ritorno alla comunità.

I governi si rivolgono spesso a noi chiamandoci consumatori, ossia fruitori passivi – impigriti dai vizi e dagli eccessi del consumismo.

Un fruitore è una vittima passiva, rappresentata e servita, un beneficiario e consumatore dell’epoca capitalista. Un animale economico.

Un cittadino dovrebbe essere un partecipante attivo, responsabile e creativo, agente di cambiamento e destinatario dei diritti umani universali. Un cittadino non subisce i cambiamenti in uno stato di impotenza, ma partecipa al loro sviluppo, indirizzandone la destinazione. L’animale sociale che ci vantiamo di essere.

Lo stato di consumatore è pericoloso perché crea una modifica unilaterale del contratto, per la quale non ci viene richiesto alcun intervento, e che causa la graduale trasformazione della comunità in schiavi moderni.

L’apatia e la non curanza nei confronti dei doveri implica una regressione del popolo a quei tempi antichi in cui i diritti non erano garantiti. Un popolo disincantato, disimpegnato, distaccato, disinteressato. Un popolo stanco perché vittima di un sistema opprimente; stanco pur non avendo agito attivamente per cambiarlo. Rousseau in persona nella sua opera Il contratto sociale si interrogava sulla posizione del cittadino chiedendosi cosa quest’ultimo fosse disposto a fare di ritorno al proprio Stato.

Le tristi somme

La schiavitù non nega necessariamente i diritti, non tutti almeno. Il diritto di voto è forse l’esempio più lampante di cittadinanza attiva. Per il resto però, scarseggiano le battaglie quotidiane, quelle al di fuori delle urne. La votazione dovrebbe rappresentare nient’altro se non il culmine di un attivismo frequente, costante e impegnato.

Il punto più doloroso del discorso, è il disonore gettato sui milioni di antenati che hanno lottato per davvero, consegnandoci le comodità e le garanzie dell’età contemporanea. La passività è un pugno alla loro memoria. Una svalutazione del loro operato. La passività è il totale disinteresse verso le nostre stesse sorti. Buffo, tutti gli esseri viventi agiscono con uno scopo primario: perpetuare la specie. Per l’essere umano non si direbbe valido.

È mio dovere essere cittadino. Come mia è la scelta. Sta a noi.

Per un approfondimento sulla visione suddito – cittadino nonché sulla questione del reddito di base universale, suggerisco l’illuminante Ted Talk di Raf Manji.

Diana Gabriela

Dal 2019 al 2023 ha contribuito all'ideazione di eventi culturali in occasione dell'otto marzo e del venticinque novembre, scrivendo alle volte per il Corriere di Novara. Autrice di due raccolte poetiche. Una finale e un podio al Premio Bertacchi. Selezionata dal Salone del Libro di Torino ed. 2023-2024