Gli intermezzi del Festival di Sanremo si sono rivelati spesso asettici, abbondanti in luoghi comuni, scontati, dalla banalità soporifera. Il pubblico è stato trattato come un bambino a cui rivolgere parole semplici per trattare fenomeni complessi. Basta con tutte le guerre rivolto a una classe di fanciulli è l’incipit di un’analisi complessa. Tuttavia gli adulti, a cui l’evento è principalmente destinato, non possono farsi bastare una frase appena accennata, quasi come fosse sfuggita dalle labbra per caso, senza intenzione, e – immancabilmente – inquadrata nei soliti meccanismi stereotipati, privi di originalità e indagine. La scusa dei tempi stretti televisivi non è più credibile poiché non servirebbe neppure dilungarsi troppo. Cominciare dismettendo quei cliché nauseanti – Mamma d’oro quale principale merito di Francesca Lollobrigida – sarebbe già ampiamente apprezzabile.
Nonostante l’impostazione standardizzata, il volersi spacciare per freschi e riformati, le polemiche naturalmente sorte stanno plasmando l’approccio a Sanremo verso un’attenzione critica, non più sterile. Si tratta innanzitutto di un momento di socialità nazionale, una festa, uno svago necessario e propizio. In un paese dall’ampio repertorio artistico è bella, lecita e fondamentale la promessa di onorarlo. Importante inoltre è l’impegno nel (tentare di) rinnovare tale repertorio. E se si aggiunge un’opportuna vigilanza sui testi e sugli intermezzi orchestrati, il quadro si riempie e si completa, diventando un passatempo accorto e fruttifero.
Messaggi positivi sono stati necessariamente inseriti in un contesto vacillante. La conduzione Rai – nel caso lo volesse – sarebbe comunque impossibilitata a censurare completamente le forme di protesta adottate dai vari artisti. Dunque, a placare un poco l’animo della platea che sta da quella parte lì – non è chiaro perché solo quella parte lì mostri un certo tipo di sensibilità – artisti come le Bambole di Pezza, Dargen D’Amico, Ditonellapiaga, Ermal Meta, Sayf – elenco non esaustivo – hanno performato testi di spessore con accenti spiccati e piccati sulla degenerazione contemporanea.
Ho visto uomini per bene andare in pezzi
E ho visto uomini di strada tornare onestiBambole di Pezza
A me mi ha rovinato la rete
Altrimenti avrei fatto il prete
Avrei lasciato il Paese, fuggendo via
A cercare fortuna in AlbaniaDargen D’Amico
Non posso sopportare
Gli arrivisti e i giornalisti perbenisti (Che fastidio)
E poi i tronisti presentati come artisti (Che fastidio)
Oppure l’inno nazionale al piano bar
Gli F24, lo spam
Che fastidio, che fastidio, che fastidioDitonellapiaga
Ho cercato di strapparmi il cuore
Pеrché senza non si muore
Ma ho avuto paura nel mеntre
Di non sentire più nienteErmal Meta
Il cielo è azzurro il pomeriggio, se ci armate, noi non partiamo
Non temere, amore mio, farò meglio per nostro figlio
Schiaccerò quelli degli altri, così giocherà da soloSayf
Iconica la Maestra, la direttrice d’orchestra Carolina Bubbico che in diretta ha specificato di voler essere chiamata maestra e non maestro, perché il genere è importante e serve continuamente ribadirlo. E (casualità? scherno?) Laura Pausini è riuscita a sbagliarsi pure l’ultima serata, correggendosi comunque immediatamente.
Commoventi le premiazioni di artisti dediti, pacati, delicati. Caterina Caselli. Mogol. Non solo la loro musica, quanto le personalità distintamente posate, eleganti e gentili hanno carezzato i nostri cuori. Personaggi di questo calibro vestono talento, impegno e semplicità. I fronzoli non gli si addicono e sfigurano anche su coloro i quali li necessitano, nel palese tentativo di celare una sostanza mancata.
La finale del Festival si è avviata in silenzio, senza jingle. Sanremo ha fatto cenno al mondo là fuori, a una delle guerre mai chiaramente definite: in questo caso si è trattato del recentissimo attacco congiunto di USA e Israele rivolto all’Iran. Un’altra occasione per lanciare lo standard Vogliamo tutti la pace. Non si poteva fare molto di più su quel palco se non ricordare, come è stato fatto, che la Rai è sul campo per fornire tempestivi aggiornamenti.
Forse a poca distanza sarebbe stato gradevole invitare sul palco Gino Cecchettin. Invece si è atteso ben dopo le ventitre per farlo, con un’attenzione e una palpebra decisamente calanti. Alle spalle del papà di Giulia, altri trecento nomi di donne uccise da uomini a partire dal 2023. Turbata la finezza di Gino Cecchettin alla vista del nome di Giulia, e turbati noi dal suo dolore e al contempo dalla nobiltà del suo obiettivo che certamente rimarrà tale fino all’ultimo dei suoi giorni, come tale rimarrà per lui il peso di questa sofferenza.
E turbati rimaniamo dalla vincita di un testo il quale conferma la predominanza di un “amore” possessivo, la cui egemonia oscura l’urgenza di un amore che invece dovrebbe abbracciare l’umanità nel suo complesso e non la limitazione a e l’imposizione dell’Io e te per sempre legati per la vita. Molte opzioni dalla visuale aperta e rinnovata erano prontamente disponibili.
Soltanto “sì”
Per questi giorni e mille altri ancora
Un semplice “sì”
L’eternità è dentro una parolaSal Da Vinci
E certamente rimarremo sgomenti fino al 2027 incluso: continua a non scorgersi all’orizzonte una donna conduttrice del Festival. Carlo Conti passa lo scettro del potere a Stefano De Martino. Uno scettro maschile, virile, fallico, fallace. Che fallito.
