La settimana scorsa si è conclusa l’edizione annuale del Salone del Libro di Torino, la seconda per me da autrice self, e neppure quest’anno potevo esimermi dall’importunare i miei colleghi con domande scomode che però hanno trovato riscontro positivo. In Italia c’è un forte pregiudizio nei confronti degli autori auto-pubblicati, è interessante dunque portare in rilievo queste voci soffocate dalla massa.
L’imprenditoria italiana
Un grande charme aleggia attorno alla figura dell’imprenditore, un eroe dedito allo sviluppo del proprio paese. Ci dice la Treccani che l’imprenditore è colui che esercita professionalmente un’attività al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi. Il libro è sì un’opera frutto di una laboriosa attività creativa, ma è anche un prodotto commerciale che per essere venduto richiede precise strategie di marketing.
In un paese come l’Italia, retto dall’attività di piccole e medie imprese, gli artigiani della parola affrontano un mercato che non solo è saturo, ma strabocca di opere letterarie, alcune tra queste altamente opinabili.
La percezione – certamente distorta, ma temo non troppo – è che in mezzo alla popolazione italiana ci siano più scrittori che lettori.
Prima di pubblicare un libro occorre riflettere. Nell’epoca del consumismo sfrenato, spuntano segnali di retrocessione, ma il vizio dell’acquisto ossesso è una tentazione forte a cui cediamo con frequenza. Questo vizio si ribalta anche dal lato del produttore: egli, incitato da un mercato fulmineo, è costretto a produrre ininterrottamente a discapito della qualità del bene finale. La produzione stessa è in realtà esplosa con il fine subdolo di creare la necessità, e dunque il bisogno, e dunque la domanda. Si è innescato da tempo un circolo vizioso (apparentemente) inarrestabile.
L’essere self
Il Salone di Torino è un paese dei balocchi in cui ci si sente estasiati e minuscoli. Nell’articolazione di un meccanismo enorme e variegato, trovano uno spazietto crescente gli autori self, a cui il Salone per il terzo anno consecutivo sta dedicando un apposito stand. Un giorno una signora si è approcciata chiedendo, non con malizia, ma con estrema convinzione (il che è anche peggio) se questo qui fosse lo stand dei poco famosi. Io le ho sorriso, “precisamente”, includendomi nel calderone, ma lei non ne è parsa toccata anzi: si è sbrigata a dileguarsi.
Che creatura mitologica e intimidatoria è lo scrittore self. Una miscellanea di avvoltoi e pseudo topini da biblioteca.
Nessun riferimento specifico, se non l’immagine che temo le nostre figure suscitino. La fama dei self certo non è favorita da una parte stessa di questi autori, i quali si impongono in maniera quasi aggressiva su lettori a cui basterebbe poca fiducia per convincersi.
L’idea di restarmene impalata allo stand, pronta ad avventarmi su prede innocenti, non mi attizza affatto ed è in ogni caso controproducente.
Un libro non può essere imposto, un libro va colto, compreso, vissuto.
All’estero il self publishing è decisamente più stimato e remunerativo. È bene comprendere anche in Italia che l’imprenditore delle parole non necessariamente opta per il self perché ineluttabile: l’essere self publisher è anche una scelta di indipendenza. Si è titolari del proprio prodotto e si è a capo di una nano-impresa sorprendentemente sfaccettata. Non tutti i libri rientrano in una categoria specifica e, di rimando, in una collana editoriale prestabilita.
Lecito è per il lettore il timore di imbattersi in un’opera di scarso valore, non essendo stata filtrata da una casa editrice. Ammettiamolo però: libri dalla discutibile utilità, stampati da colossi editoriali, spopolano registrando code ai firmacopie. Fenomeni incomprensibili. O forse no, ma per oggi sorvoliamo.
Self service
Gli autori self sono esponenti più prossimi alla periferia, all’innumerabile entità costituita dalla gente comune. Nella moltitudine di libri pubblicati, potrebbero celarsi voci inedite e inattese di cui potremmo avere bisogno, senza saperlo ancora.
Raccogliendo pareri tra i miei colleghi, spesso ci siamo soffermati su un punto comune: l’assenza di supporto da parte delle librerie. Queste ultime, soprattutto se facenti parte di una catena, si affidano esclusivamente ai propri distributori, negando a priori la possibilità di negoziare. Questa è la norma, ma ci sono eccezioni. Molte librerie private, spesso dalle dimensioni contenute, accolgono i self concordando una percentuale trattenuta sulle vendite che spazia dal 30 al 40%. Oltre alla detenzione di qualche copia, in casi fortunati la propria copertina potrebbe perfino essere esposta in vetrina.
Come si può assemblare un meccanismo vincente?
La disponibilità e la cooperazione devono far capo a tutti i soggetti coinvolti. Se l’autore si dimostra creativo a sufficienza – al di fuori dell’opera letteraria – proponendo attività culturali adatte al proprio target, può acquisire dimestichezza e testare il territorio. Le librerie, le biblioteche ed anche gli spazi digitali si prestano perfettamente. Inoltre, Fiere e Premi letterari sono un fiore all’occhiello di cui non si può fare a meno, un campo di addestramento per irrobustire il fisico e l’immaginazione.
Il self publishing… conviene!
Concludiamo in positivo, perché inserirsi nel mondo editoriale è difficoltoso a prescindere. Pur siglando un contratto con una piccola casa editrice, non è detto che la visibilità dell’opera ne giovi a tal punto da costituire una sostanziale differenza. Tanto meglio dunque optare per il proprio percorso, che rispetti i tempi e le peculiarità di ciascuno.
Molti autori emergenti rimarranno semplicemente a galla, ma questo è già un risultato soddisfacente. L’importante è non affossare la propria voce fino a zittirla del tutto. Se un libro è pubblicato ed esiste, questo ha una speranza di vita decisamente più lunga della nostra. Molte opere scompariranno dalla storia, eclissate da altre che per qualche ragione si saranno rivelate più ingombranti. La prova del tempo potrebbe anche dimostrarsi positiva. Se un prodotto contiene un valore intrinseco, essendo testimonianza preziosa di una fetta di umanità, allora potrebbe sopravvivere. E la sopravvivenza di queste tracce assolve al nostro scopo più grande: resistere.
