Percepisco un palese sbigottimento, un improvviso sgomento sui volti di coloro a cui svelo un retroscena inusuale: i miei viaggi in solitaria. Si manifesta con immediatezza un disagio sociale (o asociale) alle volte provato nei miei confronti – una sorta di pena, come se la mia scelta fosse dettata da una solitudine tormentata (totalmente fuori strada, sorry for you) – alle volte rivolto verso se stessi. Durante l’occasione più recente, il mio interlocutore si è come avviluppato, reso piccolo piccolo dalla timida ammissione di non averci mai provato e di non sentirsi in grado di farlo.
L’ignoto spaventa. E l’ignoto fronteggiato senza apparenti appigli terrorizza. Siamo così impigliati e appigliati al personale contesto sociale di riferimento che non siamo in grado di immaginare noi stessi, soli, in un luogo che non sia protetto dalle mura domestiche. Passeggiare individualmente, godersi un film o peggio – brividi – consumare un pasto in un luogo pubblico, sotto l’occhio accusatore del resto della popolazione, paiono attività così astruse, così avvilenti, così totalmente inapplicabili.
Seppure sia palese la natura sociale dell’essere umano, la sua socialità è vincolata, obbligata, limitata ai contesti sociali di cui siamo spesso – se non sempre – parte involontaria. Non scegliamo dove nascere e a quale nucleo familiare appartenere; non abbiamo potere di condizionare con immediatezza la classe sociale a cui siamo assoggettati. Queste barriere impongono la frequentazione di un certo tipo di gruppi che non per forza rispecchiano la nostra individualità, le nostre passioni, i nostri valori. E spesso non ne siamo minimamente coscienti.
Un modo per uscirne è indubbiamente quello di sviluppare i propri hobby in entourage quanto più adatti e adattabili. Questo ci permette di avvicinarci a persone nuove o scoprire similitudini in persone che credevamo di conoscere sulla base di meri pregiudizi, anche estetici. Tuttavia, per chi proviene dalle province profonde e spopolate – e possiede passioni alquanto discostanti dalla norma circostanziale – trovare organizzazioni affini a sé, materialmente raggiungibili nel limitato tempo libero a disposizione, potrebbe essere impossibile.
Negli intervalli di tempo in cui l’attività lavorativa è sospesa dunque, un metodo perfetto per conoscere persone atipiche – atipiche poiché distanti dalla nostra personale tipicità – è riempire lo zaino o il trolley e prenotare una destinazione seguendo le sole proprie ispirazioni, senza condizionamenti o compromessi esterni. E già qui si prova come un brivido di potere. Il potere di compiere una scelta. Seppure sotto le stesse costrizioni dell’apparato sociale di appartenenza.
Viaggiare in solitaria è uno strumento di conoscenza individuale, una scoperta della propria essenza epurata dalla contaminazione del burnout. Questa individualità può così essere sviluppata in una versione dell’Io rinnovata, indubbiamente migliore, nei confronti di quanti incroceranno il nostro cammino.
Il mio ultimo viaggio è stato in Puglia, una meta da tempo agognata ma che mai mi sarei proposta di vistare nell’estivo esasperante sovraffollamento. Beneficiando di un po’ di tempo libero durante questo gennaio tetro e umidiccio – il mio personale contesto sociale è aggrovigliato alla palude padana – ho stabilito la mia destinazione nella stagione forse meno appropriata, penserete. Invece io l’ho trovata perfetta. Perfino i patrimoni Unesco come Matera (in Basilicata sì, perché non spingersi un poco più in là?) o Alberobello durante i mesi invernali conoscono uno spopolamento e una sospensione dei propri servizi. Appena al di fuori dei centri storici, non è stato facile incontrare esercizi commerciali aperti e disponibili. Nonostante questo limite, ho sempre trovato un café accogliente o un posto dove mangiare. È stato sufficiente aggiustare gli orari e i giorni dell’itinerario.
Le ore trascorse in mia compagnia sono state molte, eppure metà del tempo e dei pasti li ho consumati assieme a persone conosciute lungo il percorso e grazie alle quali ho potuto rispolverare l’espressione sensoriale in diversi idiomi, non solo italiano (la lingua della bellezza) ma anche inglese e spagnolo.
Viaggiare soli è il miglior mezzo di apertura verso gli altri. Quando si è in coppia o in gruppo, difficilmente ci si approccia allo sconosciuto, la sua presenza è spesso percepita come disturbante. Se invece si sceglie di trascorrere il tempo piacevolmente, senza fretta o ansie sociali, nel rispetto dei propri limiti e desideri, scambiare opinioni con estranei diventa stimolante e sorprendente, un’occasione per raccontarsi in maniera del tutto inattesa. Le persone più sorprendenti, dai vissuti più disparati, le ho conosciute proprio così, durante i miei viaggi in solitaria. E credetemi: non sarete voi a doverle cercare, saranno loro ad essere incuriosite da te.
Nella quotidianità contemporanea, la possibilità di starsene per proprio conto è merce rara e proibita. Concedersi un ritmo lento e privato, comprendere le proprie aspirazioni e attitudini, darsi l’opportunità di sviluppare una personalità onesta e personale – non personalizzata e adattata alle compagnie standard – è un atto sovversivo. Poter esprimere appieno la soggettività, la nostra indole costitutiva e costituente, ci rende esseri umani consapevoli, attenti e sensoriali.
Siamo costituiti da determinate caratteristiche plasmate dal vissuto e dalle ravvicinate influenze esterne. Siamo – potenzialmente, materialmente – forze costituenti nuove varianti civili e collettive, strumenti atti a plasmare, ristrutturare, rinnovare, un poco alla volta, un poco alla volta, i contesti pubblici e comuni, verso la realizzazione di un’umanesimo e un’umanità attenta, consapevole, benefica. Un’umanità orientata all’inclusione e alla conservazione del patrimonio culturale, naturale, sociale, artistico, architettonico. Fondamento, colonna, capitello della società contemporanea e futura. Il miglior auspicio di un viaggio in solitaria.
