Svelta e sanguinosa è stata la Rivoluzione romena del 1989. Durante l’autunno, winds of change soffiavano da Oriente e Occidente, portando con sé una fiammella di ardore e fiducia verso un domani potenzialmente migliore. La soglia di sopportazione stava cedendo, e dal baratro fuoriusciva il malcontento sfociato nella rabbia, nel rancore represso dalla Securitate, la Polizia Segreta.
Megalomania sinistra
Con il talento proprio di un totale incompetente – nonché grave analfabeta funzionale – Nicolae Ceaușescu, dittatore dal 1965, nei decenni di comando depredò lo Stato di tutte le sue ricchezze, ne sviscerò le potenzialità, accaparrando per sé e per i componenti della nomenclatura, lusso e opulenza.
C’è una specifica parte della storia da cui vorrei partire, un racconto quale quintessenza di una tremenda megalomania.
Il 4 marzo del 1977 il terremoto di Vrancea di magnitudo 7.4 scosse la Romania orientale uccidendo in un minuto 1.570 persone, 1.472 solo a Bucarest. Una città spezzata. Erano trascorsi dodici anni dalla venuta al potere di Ceaușescu: nella sua mente, era giunto il momento di costruirsi la propria reggia, il proprio regno, e questa poteva essere l’occasione perfetta. Negli anni a seguire si sviluppò un progetto titanico che abbatté numerosi edifici alcuni dei quali ancora in buono stato. Decine di migliaia di persone furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Sette chilometri quadrati vennero rasi al suolo: case, chiese, palazzi dal valore storico, archivi istituzionali. Macerie. Lo sgombero forzato non fu agevole: seppure sia un dato difficilmente verificabile, si dice che parte degli abitanti coinvolti preferirono suicidarsi.
La capitale mutava le proprie forme. Il piano più articolato riguardava la costruzione del nuovo parlamento. Quella che divenne Casa Poporului (la “Casa del Popolo”) – convincente nome di battesimo – è attualmente la struttura più pesante del mondo. Secondo edificio governativo più grande dopo il Pentagono, con una superficie di 350.000 metri quadrati (a proposito, un interessante racconto di Geopop). Data la sua mole gigantesca, si stima che il palazzo sprofondi di 6 millimetri ogni anno: beffa del destino che lo riporta negli abissi…
I morti reclamano vendetta.
Durante gli scavi per la posa delle fondamenta, ventimila operai disseppellirono degli scheletri provenienti da alcune fosse comuni: il secolo precedente, l’area era stata adibita a cimitero delle pestilenze a seguito di una gravissima epidemia sfociata nel 1812. Voci di questa scoperta sinistra sussurravano lungo le strade di un Paese stremato dalla crisi economica, dai razionamenti di beni di prima necessità. Nell’immaginario collettivo si sviluppò un’immagine macabra: camion traboccanti di polvere e scheletri. Morti reclamano morti: parte degli stessi operai impegnati nella costruzione del parlamento – costretti a turni massacranti in un cantiere attivo sette su sette – cedettero morendo di stenti.
1989: è rivoluzione?
In un’Europa incastrata tra le fazioni di Stati Uniti e URSS – impegnati nella guerra fredda per il predominio sul vecchio continente – presero a soffiare venti favorevoli: a poco a poco, i regimi comunisti furono abbattuti. La Berlino squarciata dal muro attraversò un autunno turbolento e il 9 novembre 1989 la sua barriera interna finalmente crollò. L’aria aleggiava in gran parte dell’Europa: Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Bulgaria. Paesi che abbandonarono il monopartitismo in maniera piuttosto pacifica. Non fu così per l’ultimo paese in lista, la Romania.
La prima protesta storicamente riconosciuta non avvenne nella capitale Bucarest bensì a Timișoara – capoluogo della regione più Occidentale della Romania. La sera del 15 dicembre, a seguito della condanna ai domiciliari del pastore protestante László Tőkés (difensore di diritti umani e civili: aveva espresso dissenso nei confronti del regime dittatoriale), una piccola parte della comunità si riunì in forma di protesta di fronte alla sede della parrocchia.
Poco più distante, a una fermata del tram, uno studente universitario, un poeta di nome Ion Monoran, gridò: “Jos Ceaușescu! Jos comunismul” (Abbasso Ceaușescu! Abbasso il comunismo!). L’effetto domino ha inizio. Le persone cominciarono a uscire per strada. La Securitate reagì con spari e violenza. Bucarest spedì l’esercito.
Il 18 dicembre entra in vigore la legge marziale: la giustizia ordinaria passa sotto la giurisdizione dei tribunali militari. La popolazione si oppone sventolando la bandiera con un buco circolare centrale – lì dove doveva esserci lo stemma – mentre il vecchio inno proibito torna a essere intonato lungo le arterie cittadine. Dalle arterie sangue sgorgò a colpi di mitra.
La televisione ungherese era sul posto e poté trasmettere anche all’estero le immagini della brutale reazione militare. Il vento continuava a soffiare fino alla Bucarest del 21 dicembre in occasione di un comizio di Nicolae Ceaușescu.
Da cine trage? (Ma chi spara?)
Un dilemma ancor oggi divisivo. Il 22 dicembre il dittatore tentò per l’ultima volta di blandire l’uditorio, affacciandosi dallo storico balcone del Comitato Centrale del Partito Comunista Rumeno. Abbozzò un debole discorso, presto zittito da un popolo in ebollizione. Le telecamere trasmettevano tutto in diretta.
Da cine trage? Pare che alcuni colpi di arma da fuoco partirono proprio da dissidenti interni al partito, intenzionati a ribaltare il regime, e consegnare i coniugi Nicolae ed Elena Ceaușescu a un destino funesto. Questi ultimi, consci della propria autorità svanita, fuggirono poco dopo in elicottero dal tetto dell’edificio.
Si contano oggi 35 anni da quella data. La fuga non ebbe esito positivo: i Ceaușescu furono catturati e condannati a morte per genocidio per la strage di Timișoara nonché per raccolta illegale di ricchezza. L’esecuzione avvenne il giorno di Natale del 1989.
Insight, inside
La Rivoluzione è stata caratterizzata da passaggi ambigui tanto che molte teorie sostengono si sia trattato di un Colpo di Stato pilotato. In pochi giorni il Paese è stato scosso da ribellioni e notizie false. Si dice che il numero delle morti di Timișoara sia stato manomesso, alcune immagini trasmesse si sono rivelate false. La realtà venne distorta creando confusione, instillando dubbi profondi, forse per attenuare le proteste. Forse per istigarle.
A seguito della fuga in elicottero, un gruppo di cittadini di Bucarest irruppe nella sede del Partito alla ricerca di risposte, rimanendo all’interno dell’edificio per alcuni giorni. Si scavò negli archivi segreti, si prelevarono documenti da consegnare alla stampa.
"È da qui che possiamo svelare la verità. È qui che dobbiamo stare".
Qualcuno agì diversamente, conscio di ciò che avrebbe potuto ottenere. Il 22 dicembre, nel pieno della ribellione, un gruppetto di attori e dissidenti capitanati da Ion Iliescu (membro del Partito Comunista) si fiondò nella sede della televisione romena, intervenendo in diretta e dimostrando che il dittatore stava per essere sconfitto.
Lo stesso esercito che sparava sulla folla acchiappò le redini della rivolta guidandone le sorti.
Seguì la fondazione del Fronte di Salvezza Nazionale il cui primo firmatario fu proprio Iliescu. Egli divenne Presidente della Repubblica dal 1990 al 1996 e dal 2000 al 2005.
Romania oggi
La transizione a una forma di governo più democratica è stata lenta e non si è mai conclusa completamente. Decenni di influenze comuniste sono difficili da cancellare e molti nostalgici ancora oggi si riferiscono all’epoca dittatoriale con non poca malinconia. Fino al secolo scorso, una fetta importante della popolazione romena non era conscia della possibile esistenza e coesistenza di partiti differenti.
La Romania oggi ha aperto i propri confini anche grazie all’ingresso nella NATO (2004) e nell’Unione Europea (2007). Le privazioni patite sono andate via via dissolvendosi. Investimenti – anche esteri – le hanno permesso di accrescere il PIL, divenendo sul lato digitale e di connessione a internet tra i paesi più potenti al mondo.
Tre decenni e mezzo sono trascorsi eppure le ultime elezioni presidenziali continuano a svelare la presenza di inferenze dubbie, probabilmente russe. La Corte Costituzionale romena ha infatti deciso di annullare il voto tenutosi questo autunno. Una decisione probabilmente necessaria, senza dubbio scioccante.
Călin Georgescu è un candidato di estrema destra che non ha mai spiccato per fama e consenso nei sondaggi pre-elettorali. Sfruttando il vizio romeno di inseguire i trend statunitensi, la campagna elettorale di Georgescu è avvenuta massivamente su TikTok. Anti-europeista, anti NATO, è noto per le sue uscite forsennate: “Mihai Eminescu (poeta, 1850-1889) è stato l’uomo più pericoloso dopo Gesù Cristo e il popolo rumeno deve riappacificarsi con l’uno e con l’altro”.
Georgescu si presenta come il salvatore del popolo il quale preparerà il Paese affinché Gesù possa scendere sulla Terra.
…
Le elezioni sono attualmente in stallo ma c’è timore per quanto si prospetta. Dall’interno del Paese, sono molti i rumeni ad accusare la diaspora (ossia compaesani che ora vivono all’estero) di aver favorito l’impennata dei consensi di Georgescu. Come se, chi è fuggito, rifugiandosi all’estero, sia così sconsiderato da gettare il Paese nuovamente nel caos.
Faticoso tirare le somme in un riassunto così misero, quando gli eventi narrati hanno una portata titanica. Negli anfratti della storia si celano racconti dimenticati, offuscati da coloro i quali hanno sfruttato al meglio il decorrere degli eventi, spesso a proprio vantaggio.
Verrà forse il tempo in cui alcune voci sopravvissute aggiungeranno un tassello alla storia, permettendo a tutti noi di sviluppare idee più articolate.
Nell’attesa di nuovi sviluppi, lascio spazio ai versi. Sperando siano più chiarificatori di tutto quanto finora esposto.
Dissolti stanno
Tra gli anfratti, gli abissi,
i recessi, i sentieri tortuosi
della serie di
caotici eventi
ambigui, cruenti,
blasfemi,
morti sradicati
dalle tombe
-riposate all’inferno -
perdute sono le storie,
i fremiti, i ricordi,
le idee, i sospiri,
le grida, i dolori,
le anime
dei combattenti, dei valorosi,
degli eroi di quelle
storie immaginarie
che non paiono reali,
emblema di ideali
di utopie palpitanti
spente, strappate,
private di valore
e dignità.
Dissolti stanno
e vegliano
sull’inganno inscenato,
sulla parvenza
di una rivoluzione
che ha sparato
al dittatore
ottenendo in cambio
un miraggio:
oasi bramata
rivelatasi…
“Polvere
e Sangue”.
N.B. “Polvere e Sangue” è un racconto di Margo Rejmer edito da Keller dove si ripercorrono gli orrori e le paranoie di un regime megalomane, fino ai mutamenti avvenuti negli ultimi decenni, rappresentando appieno un paese segnato da innumerevoli sfaccettature.
