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Poesia sull’ozio e i pericoli del negozio

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Nell’assidua urgenza di trovare qualcosa da dire o da fare, a seconda del contesto specifico, disgreghiamo i princìpi di un’azione riflessiva e metodica. La prudenza viene schiacciata dalla pura necessità, la meditazione viene bandita dalla fretta e la logica si accascia, vinta da impulsi dissennati.

Parlatene con il pilota automatico, prego

Per sua propria natura il cervello apprende le azioni ripetitive, monotone, per riproporle in sottofondo senza che la mente conscia se ne accorga. Un meccanismo astuto che idealmente permette il consumo di minore energia; ne deriva tuttavia un corto circuito per cui serriamo la porta di casa ma non ricordiamo di averlo fatto: un risparmio ci sarà pur stato, ma il dubbio permane e preme sullo stomaco.

I pericoli del negotium

Tradizionalmente uniti e socialmente costretti alla solitudine e all’individualismo, ci siamo tramutati in automi privi di iniziativa, esausti da una creatività affievolita, e dunque bramosi di distrazione assoluta. Spenta la scintilla dell’ingegno, affondiamo in una quotidianità eternamente dispiegata, di cui non si scorge più il principio e per cui la fine non risulta raggiungibile.

La negazione dell’ozio, propria di una cultura dedita strenuamente al servizio incivile (e per servizio incivile intendiamo pure capitalismo), annienta la personalità individuale e spinge lo stesso individuo a una vita forzatamente individualista. Soli in una massa di solitari.

Abbiamo tutti bisogno di un aiuto che l’altro non ci può più dare.

Estratto di Infinito manicomio da Versi in fiore.

Ozio, a quale pro?

La società incivile ci costringe a una dedizione totale nei confronti del lavoro, a discapito del riposo e della socialità (necessità prettamente umane). Ma non solo. Oltre all’annientamento di alcuni tra i bisogni più basilari, si affonda in uno stato di semi-incoscienza in cui si fatica a comprendere il proprio ruolo e la propria utilità.

Smettendo di allenare la fantasia, attività tipica dell’infanzia che può protrarsi fino ai primordi dell’età adulta, la duttilità della mente si rattrappisce. Si perde l’uso di una miriade di vocaboli – vocaboli sollecitati dall’istruzione – finendo per accontentarsi di quel centinaio di parole standard, appena sufficienti alla sopravvivenza eppure esigue se si è in cerca di un qualcosa di più.

Le parole forgiano l’essenza, sviluppano le emozioni, attirano l’esperienza. Privarci di parole è privarci di vita.

Trovare il tempo, ora

L’oblunga lista di scadenze (altrui) insiste nel metterci fretta: inevitabilmente, il tempo di fermarsi scarseggia. Una concessione banale è diventata oggi un lusso. Non credo di ricordare la sensazione di una mente libera di vagare, senza l’oppressione degli orari da rispettare. A farlo più spesso, sarebbe più semplice riconoscere quanto ci circonda…

In questa società è meglio fare piuttosto che fare bene. La banalità è un problema da rimandare. Il futuro tuttavia è prossimo.

Toc, toc… è già qui.

Fermiamoci un istante.

Diana Gabriela

Dal 2019 al 2023 ha contribuito all'ideazione di eventi culturali in occasione dell'otto marzo e del venticinque novembre, scrivendo alle volte per il Corriere di Novara. Autrice di due raccolte poetiche. Una finale e un podio al Premio Bertacchi. Selezionata dal Salone del Libro di Torino ed. 2023-2024