Laissez faire
Il silenzio
è quel laissez faire
nutrimento dei bruti.
Il silenzio ha un ruolo predominante in società.
Il silenzio è quella condizione per cui lo status quo si mantiene saldo ai suoi principi fondanti, basati sull’ineguaglianza e sullo sfruttamento dei molti, a vantaggio dei pochi.
Il silenzio è un nemico subdolo, impassibile, penetra nel buio e nemmeno te ne accorgi…
L’oligopolio
L’oligopolio è una forma di mercato in cui poche imprese creano un bene omogeneo a “beneficio” di molti consumatori.
La stabilità del sistema economico, sociale e culturale – caratterizzata dalla dominazione oligopolistica – è mantenuta dall’instabilità generale dei singoli individui.
Siamo ingabbiati in un meccanismo autocreato, in cui lo status quo si regge su sacrifici sproporzionati, e tale permane perché protetto dall’involucro del silenzio.
Una collettività intera partecipa alla produzione di ricchezza e questa ricchezza viene spartita da una manciata di capitani. Tali capitani si impossessano di risorse collettive e tali risorse collettive si trasformano in potere. Un pugno di oligopolisti guida le redini di miliardi di persone.
Da dove origina l’omertà nei confronti di noi stessi? Perché, pur essendo martiri di un gioco troppo grande, proteggiamo con l’assenso proprio i fautori delle disuguaglianze? E ancora, com’è che disdegnamo la condizione delle vittime, quasi fossimo più spaventati da loro che non dai carnefici?
Impossibile dare una risposta univoca.
Quotidiana indifferenza
È esperienza comune imbattersi in un senzatetto dagli abiti logori, spesso riversato a terra, dal capo chino e dagli spicci che brillano in un contenitore di fortuna. I bambini sono maggiormente attirati da queste figure. A frenare i loro impulsi di curiosità e socialità, sono i genitori che, tirandoli per un braccio, instillano in loro una forzata freddezza.
Una volta ho udito una storia dalla bocca di un clochard: il tale era genuinamente rincuorato dalla colazione offertagli da una signora. Il pasto non gli era stato propinato in una busta di carta da una mano impaziente di fuggire, bensì il senzatetto venne invitato in un locale e fatto accomodare per mangiare in compagnia.
I vagabondi lamentano spesso questo: la gente comune non ci parla, non li guarda neppure. Tira dritto enfatizzando la fretta.
Disagio perenne
Questo comportamento può essere comprensibilmente motivato da una sensazione di disagio e impotenza nei confronti dei meno abbienti. L’incapacità di intervento è gravosa e sconcertante. Adoperarsi contro il malessere nel tentativo di placarlo è possibile anche mediante la parola. La parola è quell’azione che spezza il silenzio, suo accanito contrario.
Le parole giuste
Con questo tuttavia non si intendono sproloqui privi di sostanza (o peggio, privi di dibattito). Le parole sono potenti: plasmano il modo di pensare di chi le pronuncia e di quanti le subiscono.
Una frase crudele pronunciata contro se stessi, pur essendo consci della sua falsità, provoca nel cervello una reazione di sconforto: le emozioni non distinguono tra vero o falso, le emozioni sono reazioni chimiche e hanno luogo a prescindere. Se una parola crudele può ferire un singolo per mano propria, immaginiamo quanto si amplifichi il suo potere se questa si rivolge ad altri e si propaga, prendendo piede…
Perché se è vero che ci rifugiamo nel silenzio per l’incapacita di gestire una situazione ingovernabile, è anche vero che siamo indotti al silenzio da più parti: dalla paura di subire conseguenze per le proprie parole (perché si sa, la verità punisce più di una bugia); dalla confusione di notizie e dall’ardua distinzione tra true e fake che ne deriva; dall’ignoranza in cui siamo inabissati, ricevendo informazioni incomplete e distorte.
La narrativa di cui abbiamo bisogno
Se dovessi identificare un lemma influente di quest’epoca opterei sicuramente per “narrativa”. Narrativa è un calderone immenso e in questo contesto urge l’indirizzo appropriato. Una fake news elaborata è pur sempre narrativa. Un’attività propagandistica, cucita sull’insoddisfazione delle genti, è pur sempre narrativa. Ma queste specifiche storie sono costruttive o disgreganti? In parole spicce: cosa bisogna raccontare? E come?
Il ruolo di un filoso od opinionista risiede nel pensiero, nel ragionamento, nella formulazione di ipotesi.
Descrivere un fenomeno, quale che sia, ci permette di formalizzarlo e comprenderlo. Se qualcuno mi spiegasse per la prima volta un problema di cui prima ero all’oscuro, delineandomi le sue caratteristiche distintive, mi permetterebbe prima di tutto di venirne a conoscenza, levando quel velo d’ignoranza che offuscava la mente. In secondo luogo, potrei perfino essere in grado di intervenire per smantellarlo. Ma il primo passaggio non è aggirabile.
Il sistema si nutre di ingiustizie di cui ingiustamente si serve quando (giustamente) potrebbe liberarsene per progredire a una condizione più umana.
Abbiamo bisogno di storie che smontino le false credenze e i pregiudizi su cui abbiamo costruito la società contemporanea.
Tornando all’esempio del clochard, mi sento di asserire come questi sia spesso vittima per antonomasia di un sistema in cui il posto per tutti non è garantito.
Dunque, non è del senzatetto che dovremmo avere paura, quanto della malaugurata ipotesi che quel destino possa toccare a qualcuno di nostra conoscenza, a noi stessi magari.
Spezzare il silenzio, avvalorare i diritti
Dove condurranno queste cogitazioni sarebbe utile scoprirlo, per me in primis. Se qualcuno riuscirà a svilupparne riflessioni ulteriori ne sarà valsa la pena. In effetti, la loro validità potrebbe risiedere proprio in questo.
L’epoca del clickbait va contro la logica di approfondimento. Non c’è tempo per pensare, bisogna fatturare. E se non hai tempo di pensare, non realizzerai mai come i tuoi sacrifici se li intaschino i superiori.
Ed è bene che ringrazi.
Buffa questa teoria del sacrificio. Vivi di stenti e la tua devozione non è mai degna a sufficienza.
Provare a definire problematiche complesse è il primo passo di un lungo cammino. E tale passaggio, ripeto, non è aggirabile.
